Ibsen nostro contemporaneo

Attorno al tavolo di scena di Tutto per bene (allestimento precedente del regista per il Teatro di Roma) una chiacchierata con Gabriele Lavia intorno alla sua messinscena de I pilastri della società di Henrik Ibsen, in scena all’Argentina fino al 22 dicembre.

I pilastri della società

I pilastri della società sono ambientati in Norvegia negli anni ’70 dell’800, un contesto particolare e, per così dire, ‘provinciale’. A tal proposito colpiscono subito le sue scelte musicali: cosa significa l’inserimento degli inni e di Oh my darling Clementine?
Gli inni li ho scritti io per dare un’idea di società bigotta. Il lavoro che indica Ibsen all’inizio dell’opera “dei panni bianchi”, bende per curare la sifilide, non si sarebbe capito. Nei fatti, le donne di casa Bernick si occupano di recuperare le giovani donne cadute nel peccato, che hanno commesso la “colpa” sessuale, che è anche la colpa di Bernick. Il fondamento della società nasce da questa colpa, com’anche il fallimento umano di Bernick.

Gli attriti sociali, nell’opera, hanno dunque anche un carattere espiatorio?
Se vogliamo, sì, dal ritorno dei due in poi. Bisogna sempre pensare che ci troviamo in una società molto rigorosa, con un forte senso del peccato. Ibsen in qualche modo denuncia la falsità di questo perbenismo, che per noi è difficile capire. Anche il fallimento di Bernick, secondo l’etica calvinista, è un castigo divino, e per questo non poteva essere ammesso.

I pilastri della società

Perché riproporre un dramma così poco popolare in Italia?
Il testo è difficile e necessita di diversi attori, così come ha un costo di produzione alto. Io volevo fare un testo con tanti attori perché, all’interno di uno stabile pubblico, la loro presenza fosse forte ed evidente. Troppo spesso – per ragioni economiche – nei teatri si finisce per avere più impiegati negli uffici che attori in palcoscenico.

A proposito di palscocenico: la scenografia. Perché l’uso di due finestre speculari?
Il Prof Rorlund a un certo punto dice «Chiudiamo la tenda», e si fa buio; quando la riapre, sono sconvolti dalla luce. Nel nostro spettacolo la cosa è complicata dal fatto che la tenda è a tutti gli effetti un sipario. Questo sipario non solo si chiude davanti agli attori, ma anche davanti agli spettatori, sottintendendo una condizione comune. Alla fine i personaggi ‘sfondano’ la quarta parete e si rivolgono direttamente al pubblico: quel che era prima solo accennato con questa chiusura di sipario adesso viene violentemente affermato. Agli spettatori viene chiesto un giudizio.

Infine, cosa rappresenta, oggi, per lei, l’opera di Ibsen?
I capolavori appartengono al tempo. Si parla di fare ‘testi contemporanei’: Ibsen è contemporaneo. Sono ambiti, quelli della letteratura, molto complessi. Amleto è un testo del passato? Edipo re? Oggi vai a teatro e vedi questi attori con un microfono che ruba loro la voce e la consegna a una macchina che la amplifica, è un orrore! È meglio sentire ‘male’ un corpo parlante, che questa esasperazione della volontà di potenza.

Paolo Gri
Liceo Scientifico Stanislao Cannizzaro

Annunci