Orchidee: un rito oltre il dolore

Contaminazione. In Orchidee ha accostato testi classici come Cechov e Shakespeare a testi moderni, così come per le musiche che sono di generi diversi. Perché questa scelta?
Credo che i grandi testi classici abbiano perso qualcosa nel tempo, condizionati dal contesto storico. Per me è fondamentale ritrovarne l’essenza, il grido più profondo. Per esempio, in Romeo e Giulietta l’amore e la morte, mentre invece ne Il giardino dei ciliegi la paura di lasciare la vita. Sono molto poetico e credo nel “conosci te stesso” del Marat-Sade, perché un’opera ha dentro lo spirito dell’autore e ognuno ne prende ciò che più rispecchia la sua personalità ed emotività. Anche i miei testi e i miei spettacoli, se dovessero essere ripresi tra 150 anni, non potrebbero più essere rappresentati così come io li ho realizzati. Per quanto riguarda la musica invece ritengo che ogni genere traduca un colore e i miei lavori sono sempre ricchi di tanti colori diversi, ognuno adatto al personaggio che porto in scena.

Orchidee è un lavoro dedicato in parte a sua madre: può essere inteso come una ricerca sul tempo e sulla perdita?
Questo mio lavoro ha il sapore di un ‘rito’, una ‘messa laica’ dedicata a mia madre. Vuole soprattutto esprimere il senso della bellezza e dell’amore, anche se interrotti e attraversati dal sentimento del dolore. Sono incredulo di fronte all’attenzione e alla partecipazione allo spettacolo di un pubblico come quello di oggi pomeriggio, che era composto da abbonati di una certa età e verso cui nutro un grande affetto, perché rappresenta la generazione che ha vissuto la guerra e ha guardato in faccia la morte. Mi lasciano interdetto i giovani: la gioventù di oggi, quella del postberlusconismo [ci fissa, ndr], è pigra e al contempo delirante. Dunque qualcosa non ha funzionato, perché noi invece eravamo quelli che partivano…

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In Orchidee e in tutti i suoi spettacoli ha sempre dato importanza al linguaggio del corpo. Crede che sia più importante il corpo della parola in teatro?
Ritengo che siano importanti entrambi: tuttavia il corpo, grazie a una sorta di “democratizzazione”, ha la capacità di trasmettere e comunicare quello che vuole a tutti. Io sono uno che ha studiato a lungo la tecnica del corpo. Fondamentale è, ad esempio, come si cammina in scena: quando si sale sul palco, il corpo crea attese e tensioni in chi guarda e arriva dove la voce non riesce ad arrivare. Oggi in sala c’era un silenzio… Non tossiva nessuno, neppure lo stropiccio della carta di una caramellina… Poi, con l’immagine della neve a fondoscena, è arrivata anche la tosse di uno spettatore! Se io mi muovo in modo lento o veloce sono in grado di cambiare la recezione emotiva del pubblico: oggi ho camminato piano, con il passo di una processione dedicata a mia madre. Un personaggio sempre presente nei miei spettacoli è Bobò: è capace di intrattenere un intero pubblico con i soli movimenti delle mani, “incanta”, sa creare attese.

Secondo lei il teatro italiano è in crisi solo per quanto riguarda i mezzi o anche per le idee e i contenuti?
Su questa domanda si potrebbe sostenere una tesi [tutti ridono, ndr]. Io credo che i mezzi siano importanti, ma non fondamentali. Per creare uno spettacolo basterebbe niente, nel teatro come nel cinema. Io ho girato un film con un cellulare. Bisogna solo aver voglia di FARE, AGIRE… In America, per esempio, è nato un teatro senza mezzi, che produce però dei lavori straordinari.

Lorenzo Bernardini, Matilde Parisi Presicce, Daniela Ruvolo, Edoardo Toscano
Liceo Ginnasio E.Q. Visconti

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