L’Europa che sa ridere : “Kebab connection” di Anno Saul (Germania, 2005)

Ambientato ad Amburgo, in una Germania multietnica, il film racconta la storia di due ragazzi, Ibo e Tisti, al ritmo di kung fu, Shakespeare, musica turca e sirtaki, sottolineando, con una ironia leggera e al tempo stesso mordace, pregiudizi ed incomprensioni che persistono oggigiorno fra la comunità tedesca, turca e greca.
Ibo è un ragazzo turco amante delle arti marziali, che coltiva la passione per il cinema. Quando lo zio gli chiede di girare uno spot pubblicitario per il suo ristorante, Ibo riesce a realizzare il suo desiderio: il risultato è un piccolo capolavoro che riesce ad attrarre nel locale moltissimi curiosi. Tutto sembra andare per il meglio fino a quando Tisti, la sua ragazza tedesca gli annuncia di aspettare un figlio. La rivelazione sconvolge gli equilibri della vita di Ibo che verrà cacciato di casa dal padre per aver messo incinta una ragazza tedesca e verrà lasciato Tisti per essersi dimostrato incapace di fronteggiare la decisione paterna.
I ripetuti rifiuti di lei, le paure e le incertezze di lui, i pregiudizi dichiarati o latenti delle due comunità – «si può uscire con una ragazza tedesca, ma non si può metterla incinta», il continuo gioco dei ruoli maschile e femminile all’interno della coppia e della società non impediscono però che la storia dei due ragazzi abbia un inaspettato lieto fine: Tisti, tenace e determinata, all’ultimo mese di gravidanza, supera l’esame di recitazione, mentre Ibo ottiene il perdono di Tisti dopo la nascita di una splendida bambina. Ed è così che, nella festa finale, al ritmo di darbuka, al contrario dei Capuleti e dei Montecchi, le famiglie si riconciliano ancor prima degli innamorati protagonisti.

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Edoardo Forieri, Gabriele Lombardini
Istituto Tecnico Statale V. A. Ruiz

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L’Europa che sa ridere : “Poligamia” di Orosz Dénes (Ungheria, 2009)

Al giorno d’oggi, l’Europa è afflitta da molti problemi, in primis quello del confronto con l’idea della multiculturalità, ormai non più procrastinabile. Il nostro continente ha una storia millenaria di guerre e di migrazioni, che hanno già fatto incontrare molte culture tra loro differenti.
Grazie alla globalizzazione, però, ora le situazioni di convivenza sono sempre più diffuse, soprattutto nella vita quotidiana. In questi giorni l’Eunic (l’Associazione degli Istituti di Cultura dell’Unione Europea) presenta, in collaborazione con il Teatro di Roma e con la Casa del Cinema, L’Europa che ride. Il progetto consiste in una rassegna cinematografica di otto commedie, ognuna delle quali ha una produzione e un cast di nazionalità differenti che raccontano i problemi quotidiani del confronto tra culture, mostrando come vengono vissuti nei vari stati europei..
La rassegna ha avuto inizio il 10 gennaio 2014 con la proiezione di Poligamia, film del 2009 scritto e diretto da Orosz Dénes, giovane regista della commedia ungherese. La commedia racconta di una coppia di giovani innamorati (Andràs e Lila), che decidono di andare a vivere insieme. Lila desidera avere una famiglia, ma il suo compagno non si sente ancora pronto ad assumersi questa responsabilità. Quattro settimane dopo il trasloco, Andràs riceve la grande notizia: sta per diventare padre. L’avvenimento lo sconvolge e, a partire dalla mattina seguente, inizierà a vedere Lila come una donna diversa, che ogni giorno cambia volto e personalità.
Se nel corso dei nove mesi di gravidanza Andràs accetta questa situazione come un divertimento piuttosto che come un problema, il giorno del parto capirà finalmente di essere pronto ad avere una famiglia con Lila, la donna della sua vita. Poligamia ha lo scopo di far capire a tutti i futuri papà che, nonostante crescere un figlio sia molto impegnativo, è una sfida che vale la pena affrontare, in quanto le soddisfazioni nel veder crescere il proprio figlio ripagano qualsiasi sacrificio.

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Andrea Lazzari
Istituto d’Istruzione Superiore L. B. Alberti

Orchidee: un rito oltre il dolore

Contaminazione. In Orchidee ha accostato testi classici come Cechov e Shakespeare a testi moderni, così come per le musiche che sono di generi diversi. Perché questa scelta?
Credo che i grandi testi classici abbiano perso qualcosa nel tempo, condizionati dal contesto storico. Per me è fondamentale ritrovarne l’essenza, il grido più profondo. Per esempio, in Romeo e Giulietta l’amore e la morte, mentre invece ne Il giardino dei ciliegi la paura di lasciare la vita. Sono molto poetico e credo nel “conosci te stesso” del Marat-Sade, perché un’opera ha dentro lo spirito dell’autore e ognuno ne prende ciò che più rispecchia la sua personalità ed emotività. Anche i miei testi e i miei spettacoli, se dovessero essere ripresi tra 150 anni, non potrebbero più essere rappresentati così come io li ho realizzati. Per quanto riguarda la musica invece ritengo che ogni genere traduca un colore e i miei lavori sono sempre ricchi di tanti colori diversi, ognuno adatto al personaggio che porto in scena.

Orchidee è un lavoro dedicato in parte a sua madre: può essere inteso come una ricerca sul tempo e sulla perdita?
Questo mio lavoro ha il sapore di un ‘rito’, una ‘messa laica’ dedicata a mia madre. Vuole soprattutto esprimere il senso della bellezza e dell’amore, anche se interrotti e attraversati dal sentimento del dolore. Sono incredulo di fronte all’attenzione e alla partecipazione allo spettacolo di un pubblico come quello di oggi pomeriggio, che era composto da abbonati di una certa età e verso cui nutro un grande affetto, perché rappresenta la generazione che ha vissuto la guerra e ha guardato in faccia la morte. Mi lasciano interdetto i giovani: la gioventù di oggi, quella del postberlusconismo [ci fissa, ndr], è pigra e al contempo delirante. Dunque qualcosa non ha funzionato, perché noi invece eravamo quelli che partivano…

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In Orchidee e in tutti i suoi spettacoli ha sempre dato importanza al linguaggio del corpo. Crede che sia più importante il corpo della parola in teatro?
Ritengo che siano importanti entrambi: tuttavia il corpo, grazie a una sorta di “democratizzazione”, ha la capacità di trasmettere e comunicare quello che vuole a tutti. Io sono uno che ha studiato a lungo la tecnica del corpo. Fondamentale è, ad esempio, come si cammina in scena: quando si sale sul palco, il corpo crea attese e tensioni in chi guarda e arriva dove la voce non riesce ad arrivare. Oggi in sala c’era un silenzio… Non tossiva nessuno, neppure lo stropiccio della carta di una caramellina… Poi, con l’immagine della neve a fondoscena, è arrivata anche la tosse di uno spettatore! Se io mi muovo in modo lento o veloce sono in grado di cambiare la recezione emotiva del pubblico: oggi ho camminato piano, con il passo di una processione dedicata a mia madre. Un personaggio sempre presente nei miei spettacoli è Bobò: è capace di intrattenere un intero pubblico con i soli movimenti delle mani, “incanta”, sa creare attese.

Secondo lei il teatro italiano è in crisi solo per quanto riguarda i mezzi o anche per le idee e i contenuti?
Su questa domanda si potrebbe sostenere una tesi [tutti ridono, ndr]. Io credo che i mezzi siano importanti, ma non fondamentali. Per creare uno spettacolo basterebbe niente, nel teatro come nel cinema. Io ho girato un film con un cellulare. Bisogna solo aver voglia di FARE, AGIRE… In America, per esempio, è nato un teatro senza mezzi, che produce però dei lavori straordinari.

Lorenzo Bernardini, Matilde Parisi Presicce, Daniela Ruvolo, Edoardo Toscano
Liceo Ginnasio E.Q. Visconti

La messa in scena dei sentimenti

Pippo Delbono, uno dei registi più originali del panorama teatrale e cinematografico, arriva sul palcoscenico dell’Argentina con un nuovo spettacolo: Orchidee

In questo suo nuovo spettacolo si possono riscontrare i caratteri salienti del suo modo di fare teatro: la cruda realtà senza filtri che viene mostrata attraverso immagini di cronaca e che, grazie alla grande espressività della compagnia-famiglia di attori, permette agli spettatori di entrare in sintonia con la linea di pensiero del regista. Orchidee fa scaturire sentimenti travolgenti e contrastanti di dolore, felicità, sorpresa, ‘imponendo’ una profonda riflessione sulla quotidianità. L’artista eclettico non si ferma alla semplice messa in scena di un copione, ma decide di sperimentare una diversa forma di comunicazione tra palco e pubblico servendosi di parole e versi di figure importanti del panorama letterario per dare ‘corpo’ ad immagini proiettate sullo sfondo. Gli attori, infatti, non indossano le vesti di un personaggio creato dalla mente del regista, bensì si calano in una delle parti più difficili da interpretare: se stessi. È così che inizia un viaggio interiore attraverso la corruttibilità del mondo, l’orrore della guerra, i pregiudizi sull’omosessualità e il diverso. Ma lo spettacolo non si riduce a semplice denuncia, anzi, grazie a stralci di autobiografia, offre anche riflessioni di altro tipo. Delbono, infatti, mostra al mondo tutto ciò che ha potuto osservare e registrare con il suo fedele telefono, tra cui gli ultimi istanti della vita dell’adorata madre. E sono parole dolci e di conforto quelle che usciranno dalle labbra sottili della madre. Proprio grazie alle immagini delle mani dell’anziana donna, scarne e pallide, strette a quelle del regista al pubblico è dato modo di indagare i propri affetti per comprenderne, senza rimorsi, l’importanza. Dunque, in Orchidee Delbono non è solo regista o sceneggiatore, ma anche attore che non teme la messa in scena dei suoi sentimenti o delle sue tragedie perché sa che lo sta facendo per un fine più alto, ossia per permettere al pubblico di riscoprirsi e riscoprire, così, anche ciò che è intorno a lui. Non è un caso che il titolo di uno spettacolo così studiato e carico di significato sia proprio Orchidee, fiori ambigui che, secondo le leggende, nascono da un tragico suicidio e simboleggiano una realtà che non è come appare, ma può celare un pericolo.

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Federica Parillo, Michela Cucciari
Liceo Scientifico Teresa Gullace Talotta