La messa in scena dei sentimenti

Pippo Delbono, uno dei registi più originali del panorama teatrale e cinematografico, arriva sul palcoscenico dell’Argentina con un nuovo spettacolo: Orchidee

In questo suo nuovo spettacolo si possono riscontrare i caratteri salienti del suo modo di fare teatro: la cruda realtà senza filtri che viene mostrata attraverso immagini di cronaca e che, grazie alla grande espressività della compagnia-famiglia di attori, permette agli spettatori di entrare in sintonia con la linea di pensiero del regista. Orchidee fa scaturire sentimenti travolgenti e contrastanti di dolore, felicità, sorpresa, ‘imponendo’ una profonda riflessione sulla quotidianità. L’artista eclettico non si ferma alla semplice messa in scena di un copione, ma decide di sperimentare una diversa forma di comunicazione tra palco e pubblico servendosi di parole e versi di figure importanti del panorama letterario per dare ‘corpo’ ad immagini proiettate sullo sfondo. Gli attori, infatti, non indossano le vesti di un personaggio creato dalla mente del regista, bensì si calano in una delle parti più difficili da interpretare: se stessi. È così che inizia un viaggio interiore attraverso la corruttibilità del mondo, l’orrore della guerra, i pregiudizi sull’omosessualità e il diverso. Ma lo spettacolo non si riduce a semplice denuncia, anzi, grazie a stralci di autobiografia, offre anche riflessioni di altro tipo. Delbono, infatti, mostra al mondo tutto ciò che ha potuto osservare e registrare con il suo fedele telefono, tra cui gli ultimi istanti della vita dell’adorata madre. E sono parole dolci e di conforto quelle che usciranno dalle labbra sottili della madre. Proprio grazie alle immagini delle mani dell’anziana donna, scarne e pallide, strette a quelle del regista al pubblico è dato modo di indagare i propri affetti per comprenderne, senza rimorsi, l’importanza. Dunque, in Orchidee Delbono non è solo regista o sceneggiatore, ma anche attore che non teme la messa in scena dei suoi sentimenti o delle sue tragedie perché sa che lo sta facendo per un fine più alto, ossia per permettere al pubblico di riscoprirsi e riscoprire, così, anche ciò che è intorno a lui. Non è un caso che il titolo di uno spettacolo così studiato e carico di significato sia proprio Orchidee, fiori ambigui che, secondo le leggende, nascono da un tragico suicidio e simboleggiano una realtà che non è come appare, ma può celare un pericolo.

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Federica Parillo, Michela Cucciari
Liceo Scientifico Teresa Gullace Talotta

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Teatro e filosofia ai Musei Capitolini

Il lancio del nano: un’overdose di spunti di riflessione

La suggestiva cornice dei Musei Capitolini, la musica di una fisarmonica, otto attori su una scalinata e… che lo spettacolo abbia inizio. Il lancio del nano – esercizi di filosofia minima, messo in scena il 14 novembre dagli attori del progetto Il ratto d’Europa sotto la regia di Claudio Longhi, non è assolutamente quello che può essere definito uno spettacolo teatrale tradizionale.
Gli spettatori, percorrendo le sale dell’esposizione permanente dei Musei Capitolini, si sono trovati coinvolti fisicamente e mentalmente nella parentesi filosofica della settimana Europolis: una selezione di episodi scelti dal testo di Armando Massarenti che si propone di invitare lo spettatore a riflettere su questioni filosofiche di vario carattere, dalla dignità umana alla libertà di pensiero, dalla bioetica alla divulgazione scientifica, dal fine ultimo della vita al senso del tempo, ironizzando su di esse e sui personaggi storici a queste collegati.

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L’intento è senza dubbio buono; il messaggio, forse eccessivamente filtrato, risulta però confuso e ridondante. Se da una parte l’attenzione dello spettatore è saldamente tenuta in mano dagli attori, capaci di coinvolgere attivamente l’uditorio, rivolgendosi continuamente ad esso, la sovrabbondanza e la varietà di tematiche affrontate, rende quasi impossibile la comprensione della diatriba filosofica. Si riesce soltanto a intuire il problema posto di volta in volta, che rimane dunque vago e indefinito. Citazioni di luoghi, teorie e personaggi, recitate alla perfezione dai membri della compagnia, investono gli astanti, che non sempre hanno il tempo di rielaborare a pieno i concetti espressi; l’atmosfera è comunque gradevole, e questo viaggio attraverso l’arte e il pensiero europeo si riviela fra le iniziative più interessanti di Europolis.

Giulio Piperno, Beatrice Clementi
Liceo Giovan Battista Morgagni

A little step to the epiphany of Europe

I teatri sono vuoti e quelli indipendenti chiudono, eppure questi danno visibilità culturale a qualcosa che ha reso grande il proprio paese, qualcosa che aiuta ad affermare la propria esistenza e che permette di combattere il sistema anticulturale che impedisce di esplorare mondi estranei. Europolis: un progetto del Teatro di Roma, in collaborazione con l’Unione dei Teatri d’Europa, che ha ospitato attori di alcune importanti città europee, invitati a raccontare attraverso dei monologhi in lingua originale la loro idea di Europa.
I monologhi, che abbiamo ascoltato, erano pieni di provocazioni e di sentimenti: dov’è finita la voglia di esserci, la voglia di testimoniare esperienze, la crescita collettiva, l’amore per la libertà di esprimersi e di ricordare?
Le parole di Luis Puto, attore portoghese, hanno ricordato quanto innamorarsi del passato possa dare la forza di superare le barriere d’incomprensione alle quali si è costantemente esposti.
Balazs Bodolai, attore rumeno da Cluj, ha deciso di spiegare la sua idea d’Europa attraverso il sogno americano da lui vissuto e le differenze con il suo paese. Balazs ha deciso di usare la metafora del sogno perché l’idea di fuggire è sempre stata presente in lui e nel suo popolo. Cosa che ormai, per esempio, accomuna molti giovani italiani.
Egli Katsiki, attrice greca di Salonicco, ha deciso di riportare un antico testo mitologico riguardante la storia di Elettra, figlia di Agamennone. Elettra dopo varie sventure segnate dalla morte del padre, non si lascia sconfiggere, viene contrastata, eppure ha la forza di difendersi e di continuare a vivere. Attraverso questo testo Egli Katsiki ha dato esempio di quanto può essere importante la forza di amare e andare avanti in determinati momenti. La forza di continuare a desiderare un’Europa, di cultura, pensiero e convivenza pura.
Emozionante, originale, interessante, insomma, il progetto Europolis è stato un viaggio affascinante che ha permesso agli spettatori di comprendere attraverso le menti, i pensieri, e le parole degli attori, la vera Europa. L’Europa intellettuale, fatta di sogni, di storia, di miti, di bellezza e arte.
L’unione di monologhi che hanno scandito queste serate è stata un insieme di punti di vista completamente differenti, soggettivi, singolari e sentimentali che però sono stati in grado di creare un quadro perfetto di quello che è l’Europa per l’individuo, che vive il proprio paese nella sua totalità.

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Antinea Schiappa
Istituto Santa Giuliana Falconieri

Ma che cos’è esattamente… Il ratto d’Europa?

In un’epoca dove le parole ‘xenofobia’ e ‘antieuropeismo’ sono all’ordine del giorno, molti si chiedono se per l’Europa valga la pena di mobilitarsi. È evidente che “uno spettro” si aggiri per l’Europa, quello spettro che ha trovato corpo nelle idee di Wilders e Le Pen, di politici che hanno formato un alleanza antieuropeista e hanno trovato non pochi consensi. Ma, un po’ in controtendenza, c’è un Ratto che ha deciso di fargli concorrenza e che da quasi un anno si aggira per Roma. Stiamo parlando del progetto Il ratto d’Europa.
Ma che cos’è esattamente Il ratto d’Europa?
Non è un semplice spettacolo teatrale, non è un progetto a scopo d’intrattenimento, ma un’iniziativa mirata a sensibilizzare le persone intorno all’idea di Europa.
Già realizzato a Modena la stagione scorsa, lì ha trovato, tra ‘grandi’ e ‘piccoli’, persone entusiaste nel cimentarsi con un quesito alquanto difficile. Che cos’è l’Europa? Ed ora, lo stesso, sta avvenendo a Roma. «Ciò che mi interessa non è trasmettere la mia idea d’Europa, bensì che gli altri s’interroghino sull’idea che loro hanno e prendano una decisione» – afferma il regista e ideatore Claudio Longhi. Questo progetto è nato nel periodo del grande aumento dello spread finanziario italo-tedesco nell’estate 2011, ma soprattutto è il frutto della confusione e dallo scarso interesse che gli alunni del regista – docente anche al DAMS di Bologna – mostravano nei confronti dell’argomento: «Mi colpiva il fatto che per loro l’Europa fosse una grande nebbia. Non capivano i contorni oppure la cosa non suscitava il minimo interesse». Ed ecco arrivare Europolis, una settimana di iniziative a Roma che, dal 9 al 16 novembre, ha coinvolto direttamente l’Europa, facendo collaborare gli attori del progetto Il ratto d’Europa con attori professionisti provenienti da tutto il continente e 300 cittadini che, quando si parla di teatro, si limitano ad essere spettatori.
Europolis ha alternato spettacoli gratuiti, in italiano, bulgaro, russo, norvegese, ungherese, dal vivo come in radio, con presentazioni di libri e incontri pubblici. Infine, occupando piacevolmente un primo week-end e il successivo sabato pomeriggio, ha significato un ‘grande’ spettacolo di chiusura con gli attori professionisti (italiani ed europei) assieme ai 300 cittadini.

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Giorgia De Salvo, Greta Gargìa
Istituto Colonna Gatti, Anzio-Nettuno

Solo chi afferma la propria indipendenza esiste

Le grandi opere dell’uomo trascendono il tempo della loro composizione. Sono la cristallizzazione di archetipi, di modelli e spunti sempre attuali. Tale è il caso de I pilastri della società. Ibsen, infatti, è un grande indagatore della natura umana: è forte, nell’opera, il senso di denuncia, e l’esortazione all’introspezione. Non è forse al pubblico stesso che infine, con il suo discorso, si rivolge il Console Karsten Bernick? E noi siamo la folla acclamante, ipocrita, ‘bassa’, che porta la grande personalità in trionfo. Del resto, però, siamo spinti anche all’empatia con figure più ‘vive’, luminose, libere, da Dina, a Johann, ma soprattutto Lona. Sarebbe però banale e forse sterile appiattire quest’opera del drammaturgo norvegese a una mera critica socio-politica. Piuttosto, al centro de I pilastri della società vi è il concetto di individuo, parte della comunità, ma sempre in contrasto con essa, perché, in fondo, «l’individuo ha sempre dovuto lottare per non essere sopraffatto dalla tribù». Solo chi afferma la propria indipendenza esiste. Sicché risaltano coloro che dominano la società, come il Console, o che se ne distaccano, ossia Lona, Johann e Dina. L’affermazione dell’identità personale guida l’uomo dentro e contro la società; Karsten Bernick è il dominus, «l’unico fra di voi ad avere capacità vere». Lona Hessel, invece, trova affermazione nel rifiuto e nell’antagonismo. Entrambi, però, incarnano una forma di superuomo. Sorge un contrasto tra la cornice calvinista, che appiana le grandezze personali, ed il soggetto notevole. Tale attrito insanabile è figlio del dualismo individuo-società, in cui convivono le opposte tendenze umane all’aggregazione ed all’affermazione di sé. La società è gabbia e strumento del singolo. Per Ibsen, vi può essere solo questo tetro finale. Per chi è grande, è impossibile la pace, la riconciliazione.

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Antonio Lenzo, Amanda Wiecek
Liceo Scientifico Primo Levi

Rosso intenso e bianco candido

Il buio della scena, l’alternarsi di momenti musicali a silenzi, la posatezza dei corpi. In un clima di apparente etica e rettitudine i personaggi si muovono sulla scena secondo il proprio ruolo e il proprio percorso, sapendo che, nonostante navighino in un mare di omertà e menzogna, sono costretti a rispettare i limiti imposti dal falso perbenismo. Così come le loro strade e i loro corpi non si scontreranno mai, la società continuerà a prendere vie traverse evitando la verità e l’onestà.

A far da cornice una scenografia molto suggestiva e simbolica. Il palco è diviso in due ambienti principali, il salone dei ricevimenti e la veranda della casa del console. Il salone, di un rosso intenso, accende gli animi e scalda i cuori; luogo dove gli affari vengono conclusi dall’uomo assetato di potere, dove i più celati ma potenti sentimenti riaffiorano. Di contro la veranda, di un bianco candido, simbolo di sincerità e purezza, ma anche di inconsapevolezza e credulità; luogo di tranquillità e rifugio per quelle mogli stomesse all’autorità dei mariti.

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Il console Bernick, il protagonista, è considerato dalla sua gente un vero e proprio pilastro della società, simbolo di integrità e giustizia, ma ha costruito la sua credibilità su nient’altro che falsità e bugie. E proprio quell’uomo, che dovrebbe guidare con coscienza la società, finisce per essere guidato da coloro che, seppur ai margini, sono portatori di verità e libertà. Ingannevoli nell’aspetto, ma infinitamente sinceri di cuore. In particolare è Lona, sorellastra della moglie del console e da lui sempre amata, che con le sue parole spinge Bernick a riflettere, a confessare i suoi peccati. Ma le rivelazioni fatte alla folla accorsa per acclamarlo non sono altro che parole di scuse e giustificazioni. Apparentemente sincero, e in realtà ipocrita, dimostra nuovamente la sua corruzione e bassezza morale. Infatti, nonostante la confessione, il console sa di avere il perdono del popolo. La sua falsità, se pur immorale, ha portato a tutti prosperità e ricchezza. Gabriele Lavia mette in scena con grande astuzia quello che dell’opera di Ibsen è un tema ancora attuale. Gli argomenti portanti diventano, con Lavia, un riferimento all’oggi, quando con ironia dipinge una società alla continua ricerca di ricchezza e potere, ma ufficialmente nascosta dietro l’obiettivo del bene comune. Il regista è riuscito così a coinvolgere il pubblico che, vedendo l’attualità delle tematiche, ha ben risposto alle sue provocazioni.

Rebecca Bertolelli, Elena Khoury, Giulia Galuppi, Roberta Chiappinelli
Liceo Classico Bertrand Russell

Ibsen nostro contemporaneo

Attorno al tavolo di scena di Tutto per bene (allestimento precedente del regista per il Teatro di Roma) una chiacchierata con Gabriele Lavia intorno alla sua messinscena de I pilastri della società di Henrik Ibsen, in scena all’Argentina fino al 22 dicembre.

I pilastri della società

I pilastri della società sono ambientati in Norvegia negli anni ’70 dell’800, un contesto particolare e, per così dire, ‘provinciale’. A tal proposito colpiscono subito le sue scelte musicali: cosa significa l’inserimento degli inni e di Oh my darling Clementine?
Gli inni li ho scritti io per dare un’idea di società bigotta. Il lavoro che indica Ibsen all’inizio dell’opera “dei panni bianchi”, bende per curare la sifilide, non si sarebbe capito. Nei fatti, le donne di casa Bernick si occupano di recuperare le giovani donne cadute nel peccato, che hanno commesso la “colpa” sessuale, che è anche la colpa di Bernick. Il fondamento della società nasce da questa colpa, com’anche il fallimento umano di Bernick.

Gli attriti sociali, nell’opera, hanno dunque anche un carattere espiatorio?
Se vogliamo, sì, dal ritorno dei due in poi. Bisogna sempre pensare che ci troviamo in una società molto rigorosa, con un forte senso del peccato. Ibsen in qualche modo denuncia la falsità di questo perbenismo, che per noi è difficile capire. Anche il fallimento di Bernick, secondo l’etica calvinista, è un castigo divino, e per questo non poteva essere ammesso.

I pilastri della società

Perché riproporre un dramma così poco popolare in Italia?
Il testo è difficile e necessita di diversi attori, così come ha un costo di produzione alto. Io volevo fare un testo con tanti attori perché, all’interno di uno stabile pubblico, la loro presenza fosse forte ed evidente. Troppo spesso – per ragioni economiche – nei teatri si finisce per avere più impiegati negli uffici che attori in palcoscenico.

A proposito di palscocenico: la scenografia. Perché l’uso di due finestre speculari?
Il Prof Rorlund a un certo punto dice «Chiudiamo la tenda», e si fa buio; quando la riapre, sono sconvolti dalla luce. Nel nostro spettacolo la cosa è complicata dal fatto che la tenda è a tutti gli effetti un sipario. Questo sipario non solo si chiude davanti agli attori, ma anche davanti agli spettatori, sottintendendo una condizione comune. Alla fine i personaggi ‘sfondano’ la quarta parete e si rivolgono direttamente al pubblico: quel che era prima solo accennato con questa chiusura di sipario adesso viene violentemente affermato. Agli spettatori viene chiesto un giudizio.

Infine, cosa rappresenta, oggi, per lei, l’opera di Ibsen?
I capolavori appartengono al tempo. Si parla di fare ‘testi contemporanei’: Ibsen è contemporaneo. Sono ambiti, quelli della letteratura, molto complessi. Amleto è un testo del passato? Edipo re? Oggi vai a teatro e vedi questi attori con un microfono che ruba loro la voce e la consegna a una macchina che la amplifica, è un orrore! È meglio sentire ‘male’ un corpo parlante, che questa esasperazione della volontà di potenza.

Paolo Gri
Liceo Scientifico Stanislao Cannizzaro