Solo chi afferma la propria indipendenza esiste

Le grandi opere dell’uomo trascendono il tempo della loro composizione. Sono la cristallizzazione di archetipi, di modelli e spunti sempre attuali. Tale è il caso de I pilastri della società. Ibsen, infatti, è un grande indagatore della natura umana: è forte, nell’opera, il senso di denuncia, e l’esortazione all’introspezione. Non è forse al pubblico stesso che infine, con il suo discorso, si rivolge il Console Karsten Bernick? E noi siamo la folla acclamante, ipocrita, ‘bassa’, che porta la grande personalità in trionfo. Del resto, però, siamo spinti anche all’empatia con figure più ‘vive’, luminose, libere, da Dina, a Johann, ma soprattutto Lona. Sarebbe però banale e forse sterile appiattire quest’opera del drammaturgo norvegese a una mera critica socio-politica. Piuttosto, al centro de I pilastri della società vi è il concetto di individuo, parte della comunità, ma sempre in contrasto con essa, perché, in fondo, «l’individuo ha sempre dovuto lottare per non essere sopraffatto dalla tribù». Solo chi afferma la propria indipendenza esiste. Sicché risaltano coloro che dominano la società, come il Console, o che se ne distaccano, ossia Lona, Johann e Dina. L’affermazione dell’identità personale guida l’uomo dentro e contro la società; Karsten Bernick è il dominus, «l’unico fra di voi ad avere capacità vere». Lona Hessel, invece, trova affermazione nel rifiuto e nell’antagonismo. Entrambi, però, incarnano una forma di superuomo. Sorge un contrasto tra la cornice calvinista, che appiana le grandezze personali, ed il soggetto notevole. Tale attrito insanabile è figlio del dualismo individuo-società, in cui convivono le opposte tendenze umane all’aggregazione ed all’affermazione di sé. La società è gabbia e strumento del singolo. Per Ibsen, vi può essere solo questo tetro finale. Per chi è grande, è impossibile la pace, la riconciliazione.

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Antonio Lenzo, Amanda Wiecek
Liceo Scientifico Primo Levi

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Rosso intenso e bianco candido

Il buio della scena, l’alternarsi di momenti musicali a silenzi, la posatezza dei corpi. In un clima di apparente etica e rettitudine i personaggi si muovono sulla scena secondo il proprio ruolo e il proprio percorso, sapendo che, nonostante navighino in un mare di omertà e menzogna, sono costretti a rispettare i limiti imposti dal falso perbenismo. Così come le loro strade e i loro corpi non si scontreranno mai, la società continuerà a prendere vie traverse evitando la verità e l’onestà.

A far da cornice una scenografia molto suggestiva e simbolica. Il palco è diviso in due ambienti principali, il salone dei ricevimenti e la veranda della casa del console. Il salone, di un rosso intenso, accende gli animi e scalda i cuori; luogo dove gli affari vengono conclusi dall’uomo assetato di potere, dove i più celati ma potenti sentimenti riaffiorano. Di contro la veranda, di un bianco candido, simbolo di sincerità e purezza, ma anche di inconsapevolezza e credulità; luogo di tranquillità e rifugio per quelle mogli stomesse all’autorità dei mariti.

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Il console Bernick, il protagonista, è considerato dalla sua gente un vero e proprio pilastro della società, simbolo di integrità e giustizia, ma ha costruito la sua credibilità su nient’altro che falsità e bugie. E proprio quell’uomo, che dovrebbe guidare con coscienza la società, finisce per essere guidato da coloro che, seppur ai margini, sono portatori di verità e libertà. Ingannevoli nell’aspetto, ma infinitamente sinceri di cuore. In particolare è Lona, sorellastra della moglie del console e da lui sempre amata, che con le sue parole spinge Bernick a riflettere, a confessare i suoi peccati. Ma le rivelazioni fatte alla folla accorsa per acclamarlo non sono altro che parole di scuse e giustificazioni. Apparentemente sincero, e in realtà ipocrita, dimostra nuovamente la sua corruzione e bassezza morale. Infatti, nonostante la confessione, il console sa di avere il perdono del popolo. La sua falsità, se pur immorale, ha portato a tutti prosperità e ricchezza. Gabriele Lavia mette in scena con grande astuzia quello che dell’opera di Ibsen è un tema ancora attuale. Gli argomenti portanti diventano, con Lavia, un riferimento all’oggi, quando con ironia dipinge una società alla continua ricerca di ricchezza e potere, ma ufficialmente nascosta dietro l’obiettivo del bene comune. Il regista è riuscito così a coinvolgere il pubblico che, vedendo l’attualità delle tematiche, ha ben risposto alle sue provocazioni.

Rebecca Bertolelli, Elena Khoury, Giulia Galuppi, Roberta Chiappinelli
Liceo Classico Bertrand Russell

Ibsen nostro contemporaneo

Attorno al tavolo di scena di Tutto per bene (allestimento precedente del regista per il Teatro di Roma) una chiacchierata con Gabriele Lavia intorno alla sua messinscena de I pilastri della società di Henrik Ibsen, in scena all’Argentina fino al 22 dicembre.

I pilastri della società

I pilastri della società sono ambientati in Norvegia negli anni ’70 dell’800, un contesto particolare e, per così dire, ‘provinciale’. A tal proposito colpiscono subito le sue scelte musicali: cosa significa l’inserimento degli inni e di Oh my darling Clementine?
Gli inni li ho scritti io per dare un’idea di società bigotta. Il lavoro che indica Ibsen all’inizio dell’opera “dei panni bianchi”, bende per curare la sifilide, non si sarebbe capito. Nei fatti, le donne di casa Bernick si occupano di recuperare le giovani donne cadute nel peccato, che hanno commesso la “colpa” sessuale, che è anche la colpa di Bernick. Il fondamento della società nasce da questa colpa, com’anche il fallimento umano di Bernick.

Gli attriti sociali, nell’opera, hanno dunque anche un carattere espiatorio?
Se vogliamo, sì, dal ritorno dei due in poi. Bisogna sempre pensare che ci troviamo in una società molto rigorosa, con un forte senso del peccato. Ibsen in qualche modo denuncia la falsità di questo perbenismo, che per noi è difficile capire. Anche il fallimento di Bernick, secondo l’etica calvinista, è un castigo divino, e per questo non poteva essere ammesso.

I pilastri della società

Perché riproporre un dramma così poco popolare in Italia?
Il testo è difficile e necessita di diversi attori, così come ha un costo di produzione alto. Io volevo fare un testo con tanti attori perché, all’interno di uno stabile pubblico, la loro presenza fosse forte ed evidente. Troppo spesso – per ragioni economiche – nei teatri si finisce per avere più impiegati negli uffici che attori in palcoscenico.

A proposito di palscocenico: la scenografia. Perché l’uso di due finestre speculari?
Il Prof Rorlund a un certo punto dice «Chiudiamo la tenda», e si fa buio; quando la riapre, sono sconvolti dalla luce. Nel nostro spettacolo la cosa è complicata dal fatto che la tenda è a tutti gli effetti un sipario. Questo sipario non solo si chiude davanti agli attori, ma anche davanti agli spettatori, sottintendendo una condizione comune. Alla fine i personaggi ‘sfondano’ la quarta parete e si rivolgono direttamente al pubblico: quel che era prima solo accennato con questa chiusura di sipario adesso viene violentemente affermato. Agli spettatori viene chiesto un giudizio.

Infine, cosa rappresenta, oggi, per lei, l’opera di Ibsen?
I capolavori appartengono al tempo. Si parla di fare ‘testi contemporanei’: Ibsen è contemporaneo. Sono ambiti, quelli della letteratura, molto complessi. Amleto è un testo del passato? Edipo re? Oggi vai a teatro e vedi questi attori con un microfono che ruba loro la voce e la consegna a una macchina che la amplifica, è un orrore! È meglio sentire ‘male’ un corpo parlante, che questa esasperazione della volontà di potenza.

Paolo Gri
Liceo Scientifico Stanislao Cannizzaro