Il giro d’Europa in 80 giorni – LISBONA

Immaginate una città fatta di una luce sfavillante, riflessa sugli splendidi mosaici che ornano i piccoli viali. Questa luce è quasi accecante e rende la città eterea. Immaginate una piccola strada al di sotto di un antico castello, una via che scende a strapiombo sulla foce di un fiume dove non c’è più fiume ma neanche ancora oceano. Immaginate piazze gremite di gente, visi diversi, occhi diversi eppure tutti portatori dello stesso senso di malinconia.
La città che state immaginando nonostante, forse, non l’abbiate mai vista, è Lisbona. Una città che si affaccia sull’oceano, che sembra essere l’ultima tappa di un lungo viaggio, quasi una ricompensa. Lisbona non si può dimenticare, la si può conoscere ma soprattutto sentire. Sentire questa città ci è stato possibile grazie allo scrittore Paolo Di Paolo e alla sua selezione di testi di autori (portoghesi e non) che hanno amato questa città. È così che la gente che assisteva all’incontro alla Biblioteca Rispoli, nell’ambito della manifestazione “Il giro d’Europa in 80 giorni“ è stata catapultata nella Lisbona di Pessoa, di Tabucchi e di de Mello: una città fatta di mille sfaccettature, la cui bellezza disarmante quasi lascia sconcertati. A colpire i partecipanti non è stata tanto la storia travagliata di questa città dapprima romana e poi conquistata dai barbari, né tantomeno la sua conformazione quasi verticale, fatta di salite e quartieri molto diversi. Ciò che più affascina di Lisbona sono i sentimenti che lascia dentro. Silenziosamente ma prepotentemente si scava nel cuore dei viaggiatori un’insenatura amena che non permette la dimenticanza. è così che chi si gode il panorama dai miradouge, seduto su di una panchina curata e rivolta verso il mare, sente già la mancanza di qualcosa che, in realtà, non ha ancora perso; una malinconia proiettata al futuro in una sorta di paradosso che in portoghese si rende con la parola saudade e che in italiano può essere tradotta con il “desio” dantesco. L’anonimo viaggiatore, allora, sente di appartenere un po’ a Lisbona quando ha nostalgia di qualcosa che non ha ancora vissuto, o perso, o ottenuto. Il progetto “il giro d’Europa in 80 giorni” è un viaggio diverso, che si può compiere stando comodamente seduti in una biblioteca romana.

Federica Parillo, Michela Cucciari
Liceo Scientifico Teresa Gullace Talotta

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La messa in scena dei sentimenti

Pippo Delbono, uno dei registi più originali del panorama teatrale e cinematografico, arriva sul palcoscenico dell’Argentina con un nuovo spettacolo: Orchidee

In questo suo nuovo spettacolo si possono riscontrare i caratteri salienti del suo modo di fare teatro: la cruda realtà senza filtri che viene mostrata attraverso immagini di cronaca e che, grazie alla grande espressività della compagnia-famiglia di attori, permette agli spettatori di entrare in sintonia con la linea di pensiero del regista. Orchidee fa scaturire sentimenti travolgenti e contrastanti di dolore, felicità, sorpresa, ‘imponendo’ una profonda riflessione sulla quotidianità. L’artista eclettico non si ferma alla semplice messa in scena di un copione, ma decide di sperimentare una diversa forma di comunicazione tra palco e pubblico servendosi di parole e versi di figure importanti del panorama letterario per dare ‘corpo’ ad immagini proiettate sullo sfondo. Gli attori, infatti, non indossano le vesti di un personaggio creato dalla mente del regista, bensì si calano in una delle parti più difficili da interpretare: se stessi. È così che inizia un viaggio interiore attraverso la corruttibilità del mondo, l’orrore della guerra, i pregiudizi sull’omosessualità e il diverso. Ma lo spettacolo non si riduce a semplice denuncia, anzi, grazie a stralci di autobiografia, offre anche riflessioni di altro tipo. Delbono, infatti, mostra al mondo tutto ciò che ha potuto osservare e registrare con il suo fedele telefono, tra cui gli ultimi istanti della vita dell’adorata madre. E sono parole dolci e di conforto quelle che usciranno dalle labbra sottili della madre. Proprio grazie alle immagini delle mani dell’anziana donna, scarne e pallide, strette a quelle del regista al pubblico è dato modo di indagare i propri affetti per comprenderne, senza rimorsi, l’importanza. Dunque, in Orchidee Delbono non è solo regista o sceneggiatore, ma anche attore che non teme la messa in scena dei suoi sentimenti o delle sue tragedie perché sa che lo sta facendo per un fine più alto, ossia per permettere al pubblico di riscoprirsi e riscoprire, così, anche ciò che è intorno a lui. Non è un caso che il titolo di uno spettacolo così studiato e carico di significato sia proprio Orchidee, fiori ambigui che, secondo le leggende, nascono da un tragico suicidio e simboleggiano una realtà che non è come appare, ma può celare un pericolo.

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Federica Parillo, Michela Cucciari
Liceo Scientifico Teresa Gullace Talotta