La musica stacca i corpi dal libro

Attore, produttore, regista; in quale ruolo si sente più a suo agio?
Io sulla carta d’identità ho scritto “attore”, ed è la cosa che devo ricordarmi che sono, anche se faccio altre cose. è quello che mi dà da vivere. E poi mi rendo conto che fa parte del mio modo di ragionare.

Lei si riconosce nella visione del mondo di London? Qual è la visione che vuole far trasparire da questa rappresentazione?
Io non parlo mai della mia visione del mondo, piuttosto cerco di raccontare delle storie da cui qualcuno possa immaginare la mia visione del mondo. Non ne parlo volentieri, anzi, un po’ cerco di stemperarla nelle cose che faccio, perché cambia con il tempo, e non sono così sicuro che quello che pensavo ieri vada ancora bene oggi. Secondo me, quella di London è abbastanza articolata, gli si possono attribuire pensieri anche contraddittori e contrastanti tra loro, e non è un caso che piaccia a persone con visioni anche politiche completamente diverse. è un po’ trasversale, e finisce che ognuno ci trova quello che stava cercando. L’uso improprio dei grandi scrittori è abbastanza normale; nel suo caso lo si fa più che con altri, non essendo stato consacrato dalla critica ad una visione unica ed essendo morto giovane. Entra nel mito.

Cosa pensa degli sviluppi più tardi della sua opera, come Il vagabondo delle stelle?
è la sua opera che mi irrita e mi affascina di più; non riesco mai a leggerne più di qualche pagina di seguito, perché o mi incazzo o mi commuovo. Non amo la metempsicosi, però con lui diventa affascinante.

La musica ha un ruolo da coprotagonista nel suo spettacolo, tanto da avere uno spazio fisico sulla scena.
Sì, e i musicisti non sono di fianco o dietro, ma davanti all’azione scenica, come nell’opera. Sentivo il bisogno di una lingua teatrale, sonora, che traducesse i racconti. Quello che è bellissimo da leggere in privato diventa noiosissimo ad alta voce, in mano ad un attore – non dipende da loro, è proprio la traduzione dello scritto in parlato – , quindi nasce il bisogno di uno scarto di lingua. Sennò è letteratura, diventa la negazione del corpo fisico che sta lì sopra. La musica stacca i corpi dal libro.

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Come nasce il sodalizio con Lorenzo Monguzzi e con gli altri musicisti?
Con Lorenzo ci conosciamo da dieci anni, sul palco, suonando, e gli altri li ha arruolati lui. In dieci anni, si fanno delle cose insieme e delle cose separati, ma lui ha imparato a capire cosa sto cercando quando io non riesco a dirlo a parole. Io non ho sempre chiarissimo quello che cerco. So cosa vorrei, ma non so come ottenerlo e allora è lui che deve trovare la soluzione.

Le generazioni più giovani hanno avuto sicuramente un contatto meno significativo con London. Come pensa che un pubblico più giovane possa reagire a questa rappresentazione?
Questo me lo dovete dire voi. Io sarei un po’ curioso di scoprirlo. Una cosa che a me dà fastidio è che spesso giornalisti o persone della mia età mi chiedano «ma non stai facendo sta roba solo per noi?». Se fosse così sarei fregato in partenza! Se non ci fosse nessuna chance di fare da ponte verso l’interesse di gente di età diversa il mio lavoro si chiuderebbe.

Antonio Lenzo, Amanda Wiecek
Liceo Scientifico Stanislao Cannizzaro

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