Il diuturno moto incalzante nel limbo del Pacifico

La danza è la fonte e l’atto puro della metamorfosi. Nessun’altra arte scenica avrebbe potuto meglio esprimere e spiegare le incessanti metamorfosi dell’Io del Robinson proposto da Michel Tournier; Venerdì o il limbo del Pacifico è un’interessante trasposizione filosofica del Robinson di Defoe, dove il protagonista non è più il Robinson fatto ad immagine e somiglianza dell’uomo civilizzato che assoggetta tutto a sé, si riconosce in un ambiente storico-sociale e necessita di soddisfare i propri bisogni naturali, deviati dalle concezioni moralistiche eteronome nelle quali egli si sviluppa.

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L’uomo, a noi noto, non è più protagonista: protagonista è invece quello che l’uomo potrebbe divenire in una situazione di rinascita incondizionata, innocente e libera da preconcetti per essere pronto a scoprire e lasciarsi trascinare dal nuovo in uno stato di sospensione. In maniera sorprendente i movimenti che all’occhio risultavano praticamente sconnessi e spasmodici, uniti all’apparente incongrua colonna sonora di Lorenzo Bianchi Hoesch, diventano coerenti nella mente di chi guarda. L’unione armonica perfetta rende lo spettatore partecipe, protagonista o vittima di quel viaggio interiore che nel Robinson di Tournier è suscitato dall’incontro con l’isola sconosciuta e selvaggia. Così come Robinson si modifica in continuazione per comprendere ciò che lo sta trasformando, è naturale che anche lo spettatore sia portato ad una riconsiderazione continua di ogni istante scenico.

D’impatto lo sbigottimento è forte: come quando ci si trova di fronte ad un’istallazione contemporanea della quale non si comprende la natura, che comunque riesce a stravolgere e turbare l’osservatore. Imprevedibile ed estranea è la conseguente disponibilità a tutte le avventure del mutamento. Ed è il momento in cui si intuisce il soggetto, e si ha accesso ad una dimensione ulteriore che sfocia in una presenza che si ‘fissa’ davanti alla nostra attenzione percettiva, dando luogo al concetto dell’innocenza edenica: la conclusione filosofica, il sogno finale, del Robinson di Tournier. Diviene naturale il sentimento di fratellanza (anziché di assoggettazione) nei confronti di Venerdì e questo è rappresentato dalla fusione dei due ballerini della compagnia MK, interpreti di Venerdì e Robinson. Lo spettacolo, svolge dunque la metafora di Venerdì e necessita la fusione con la mente dello spettatore per trasportarlo verso una strada ignota. Mentre una dopo l’altra le scene scandiscono le metamorfosi del nostro protagonista, la mente le segue e le subisce allo stesso momento. Nel finale sul palco cadono le piante che rappresentano l’isola ignota ormai riscoperta e tutto questo assorbe la nostra attenzione contemplativa e fa sì che sbocci finalmente quell’innocenza edenica da noi superficiali umani desiderata.

Antinea Schiappa
Istituto Santa G. Falconieri

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